Cambia il modello di esenzione del canone TV

In seguito alle modifiche introdotte dalla Legge di Bilancio 2020 sono state aggiornate le modalità di richiesta dell’esenzione dal pagamento del canone TV per uso privato da parte dei cittadini di età pari o superiore a 75 anni, nonché di rimborso del canone versato dai contribuenti in possesso dei requisiti di esenzione (provvedimento 27 gennaio 2020, n. 18439)

La Legge di Bilancio 2020 ha stabilizzato, a decorrere dall’anno 2020, ad euro 8.000,00 la soglia redditualeai fini dell’esenzione del pagamento del canone di abbonamento televisivo in favore dei soggetti di età pari o superiore a 75 anni.
Si ricorda che l’agevolazione compete se nell’abitazione di residenza si possiedono uno o più apparecchi televisivi, mentre non compete nel caso in cui l’apparecchio televisivo sia ubicato in luogo diverso da quello di residenza.
Per fruire dell’agevolazione, l’interessato deve presentare una dichiarazione sostitutiva con cui attesta la sussistenza delle condizioni e dei requisiti che danno diritto all’esenzione, utilizzando l’apposita modulistica approvata dall’Agenzia delle Entrate col provvedimento n. 18439 del 2020:
– Modello di esenzione canone per gli over 75;
– Modello di rimborso canone per gli over 75.
I modelli sono disponibili sui siti internet dell’Agenzia delle Entrate (www.agenziaentrate.gov.it) e della RAI (www.canone.rai.it.).

REQUISITI DI ESENZIONE
I requisiti per accedere al beneficio sono:
– aver compiuto 75 anni di età entro il termine per il pagamento del canone TV (31 gennaio e 31 luglio di ciascun anno). In particolare, si ha diritto all’esenzione dal pagamento del canone per l’intero anno di riferimento se il compimento del 75° anno di età avviene tra il 1° agosto dell’anno precedente ed entro il 31 gennaio dell’anno di riferimento. Se il compleanno cade tra il 1° febbraio e il 31 luglio, si ha diritto all’esenzione dal pagamento del canone per il secondo semestre dell’anno di riferimento;
– non convivere con altri soggetti, diversi dal coniuge, o dal soggetto unito civilmente, titolari di un reddito proprio, fatta eccezione per collaboratori domestici, colf e badanti;
– possedere un reddito annuo che, unitamente a quello del proprio coniuge – o del soggetto unito civilmente – non sia complessivamente superiore a euro 6.713,98 (per le richieste di esenzione relative agli anni fino al 2017) oppure a euro 8.000,00 (per le richieste di esenzione relative all’anno 2018 e successivi).

MODALITÀ DI PRESENTAZIONE

Entrambi i modelli possono essere presentati, unitamente ad una copia di un valido documento di riconoscimento, a mezzo del servizio postale in plico raccomandato, senza busta, all’indirizzo:
“Agenzia delle Entrate, Direzione Provinciale 1 di Torino, Ufficio Canone TV – Casella Postale 22 – 10121, Torino.
La richiesta (di esenzione o di rimborso) si considera presentata nella data di spedizione risultante dal timbro postale, e la ricevuta dell’avvenuta spedizione deve essere conservata ai fini dei controlli per l’ordinario termine di prescrizione decennale.

In alternativa, la richiesta (di esenzione o di rimborso) può essere trasmessa tramite messaggio PEC, all’indirizzo:
“cp22.canonetv@postacertificata.rai.it.”.
In tal caso i documenti devono essere firmati digitalmente dai richiedenti.

In alternativa, la richiesta (di esenzione o di rimborso) può essere consegnata presso un ufficio territoriale dell’Agenzia delle Entrate, allegando copia di un valido documento di riconoscimento.

SOGLIA DI REDDITO

Ai fini del calcolo del reddito utile per fruire del beneficio occorre effettuare la somma del reddito imputabile al soggetto interessato all’agevolazione e del reddito imputabile al coniuge/soggetto unito civilmente allo stesso. Vanno conteggiati i redditi riferiti all’anno precedente a quello per il quale si intende fruire dell’agevolazione.
Il reddito che rileva ai fini della fruizione dell’esenzione è dato dalla somma:
– del reddito imponibile risultante dalla dichiarazione dei redditi presentata per l’anno d’imposta precedente. Per coloro che sono esonerati dalla presentazione della dichiarazione, si assume a riferimento il reddito indicato nella CU;
– dei redditi soggetti ad imposta sostitutiva o ritenuta a titolo di imposta, quali, ad esempio, gli interessi maturati su depositi bancari, postali, BOT, CCT e altri titoli di Stato, nonché i proventi di quote di investimenti;
– delle retribuzioni corrisposte da enti o organismi internazionali, rappresentanze diplomatiche e consolari e missioni, nonché quelle corrisposte dalla Santa Sede, dagli enti gestiti direttamente da essa e dagli enti centrali della Chiesa cattolica;
– dei redditi di fonte estera non tassati in Italia.

Sono esclusi dal calcolo:
– i redditi esenti da IRPEF (ad esempio pensioni di guerra, rendite INAIL, pensioni erogate ad invalidi civili);
– i trattamenti di fine rapporto e relative anticipazioni;
– il reddito della casa di abitazione principale e relative pertinenze;
– i redditi soggetti a tassazione separata.

Potenziale cancerogenicità dell’industria della gomma: malattia professionale e prescrizione dell’azione

La manifestazione della malattia professionale, rilevante quale dies a quo per la decorrenza del termine prescrizionale, può ritenersi verificata, quando la consapevolezza circa l’esistenza della malattia, la sua origine professionale e il suo grado invalidante siano desumibili da eventi oggettivi ed esterni alla persona dell’assicurato, quali la domanda amministrativa, nonchè la diagnosi medica, contemporanea, dalla quale la malattia sia riconoscibile per l’assicurato (Cassazione, ordinanza n. 1661/2020).

La Corte di appello di Torino, confermando la sentenza del Tribunale di Cuneo, ha rigettato la domanda proposta del lavoratore finalizzata ad ottenere dall’Inail il riconoscimento della malattia professionale da cui era affetto (patologia neoplastica vescicale diagnosticata nel settembre 2007), per l’intervenuta prescrizione dell’azione, essendo stata la domanda amministrativa presentata solo nel dicembre 2012.
Il primo giudice aveva fatto correttamente decorrere il termine di prescrizione triennale per l’azione previsto dal D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 112 dalla diagnosi della malattia trattandosi di malattia tabellata ed indicata, dal d.m. 14 gennaio 2008, come patologia la cui origine lavorativa è di elevata probabilità in caso di esposizione ad ammine aromatiche e correlata come lavorazione-esposizione all’industria della gomma, in considerazione anche del fatto che lo stesso ricorrente aveva fatto riferimento ad un procedimento penale risalente al 2005 avente ad oggetto omicidio e lesioni personali relativi a colleghi di lavoro colpiti da patologie neoplastiche e non aveva contestato la dedotta sussistenza di conoscenze scientifiche, all’epoca della diagnosi, che collegavano la malattia denunciata all’attività lavorativa di lavorazione dei pneumatici.
Il ricorso presentato dal lavoratore in cassazione non merita accoglimento: secondo il più recente orientamento della giurisprudenza della Corte, la manifestazione della malattia professionale, rilevante quale dies a quo per la decorrenza del termine prescrizionale, può ritenersi verificata, quando la consapevolezza circa l’esistenza della malattia, la sua origine professionale e il suo grado invalidante siano desumibili da eventi oggettivi ed esterni alla persona dell’assicurato, quali la domanda amministrativa, nonchè la diagnosi medica, contemporanea, dalla quale la malattia sia riconoscibile per l’assicurato.
Quanto, poi, alla “manifestazione”, quale fatto normativamente previsto dall’indicato art. 112, la Cassazione ha già da tempo avuto modo di evidenziare che essa è l’oggettiva possibilità che il fatto sia conosciuto dal soggetto interessato, e cioè la sua “conoscibilità”; tale conoscibilità coinvolge l’esistenza della malattia, ed i suoi caratteri di professionalità ed indennizzabilità; la conoscibilità, dunque, è cosa diversa dalla conoscenza ed altro non è che la possibilità che un determinato elemento (nella fattispecie la origine professionale di una malattia) sia riconoscibile in base alle conoscenze scientifiche del momento, possibilità che esclude anche che sia necessario che l’origine professionale sia già stata riconosciuta in sede giudiziaria o amministrativa. Pertanto deve escludersi l’esistenza dei vizi attribuiti alla sentenza impugnata, atteso che l’interpretazione della disposizione in parola fornita dalla Corte territoriale è assolutamente conforme al contenuto normativo della disposizione in questione.
La Corte territoriale ha fatto coincidere, nella sua indagine, il decorso della prescrizione con la diagnosi della malattia ed ha fatto riferimento alla conoscibilità dell’eziologia professionale della malattia avuto riguardo alle conoscenze scientifiche del momento che consentivano certamente di collegare la malattia sofferta all’attività lavorativa.
Circa la lamentata omissione di fatto decisivo, si è chiarito come l’art. 360, primo comma, n. 5, cod.proc.civ., riformulato dall’art. 54 del dl. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in legge 7 agosto 2012, n. 134, abbia introdotto nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per Cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia).
Costituiscono, quindi, un “fatto”, agli effetti dell’art. 360, comma 1, n. 5, cod.proc.civ., non una “questione” o un “punto”, ma un vero e proprio “fatto”, in senso storico e normativo, un preciso accadimento ovvero una precisa circostanza naturalistica, un dato materiale, un episodio fenomenico rilevante; non costituiscono, viceversa, “fatti”, il cui omesso esame possa cagionare il vizio ex art. 360, comma 1, n. 5, cod.proc.civ., le argomentazioni o deduzioni difensive; gli elementi istruttori; una moltitudine di fatti e circostanze, o il “vario insieme dei materiali di causa”, risulta quindi inammissibile l’invocazione del vizio di cui all’art. 360 n. 5 cod.proc.civ. per sostenere il mancato esame di deduzioni istruttorie, di documenti, di eccezioni di nullità della sentenza non definitiva e degli atti conseguenti, di critiche rivolte agli elaborati peritali o della “non contestazione dell’avvenuta usucapione” o per lamentarsi di una “motivazione non corretta”.

Per tali motivazioni, il ricorso è stato rigettato.

CCNL CREDITO ACRI: primo aumento retributivo

 

Per effetto dell’accordo 19/12/2019 di rinnovo del CCNL per i quadri direttivi e per il personale delle aree professionali dipendenti dalle imprese creditizie, dall’1/1/2020 entrano in vigore i nuovi minimi retributivi

 

Settore Credito: Si riportano i minimi retributivi in vigore dall’1/1/2020 come previsto dal verbale di accordo del 19/12/2019, sottoscritto tra ABI e FABI, FIRST-CISL, FISAC-CGIL, UILCA, UNITÀ SINDACALE FALCRI-SILCEA-SINFUB, per rinnovare il CCNL per i quadri direttivi e per il personale delle aree professionali dipendenti dalle imprese creditizie, finanziarie e strumentali.

RETRIBUZIONE CONTRATTUALE dall’1/1/2020

Qualificati

Livello

Minimo

Area Quadri Livello 4 4.427,75
Area Quadri Livello 3 3.760,58
Area Quadri Livello 2 3.361,47
Area Quadri Livello 1 3.167,54
Area 3 Livello 4 2.796,90
Area 3 Livello 3 2.589,30
Area 3 Livello 2 2.446,23
Area 3 Livello 1 2.320,91
Area 1 Ausiliare 2.098,40
Area 2 Livello 1 2.098,40
Area 2 Livello 2 2.098,40
Area 2 Livello 3 2.098,40
Guardia Notturna 2.098,40
Area 3 Liv.1 Ins. prof. Ass.>4/2015 2.033,15
Area 3 Livello 1- Inserimento prof. 1.858,08

Apprendisti Professionalizzanti dal 19/12/2019

Livello

Da mese

A mese

Minimo

1 A3 1 18 2.098,40
19 36 2.320,91
 2 A3 1 18 2.320,91
19 36 2.446,23
3 A3 1 18 2.446,23
19 36 2.589,30
4 A3 1 18 2.589,30
19 36 2.796,90

Apprendisti Professionalizzanti dal 26/4/2019

Livello

Da mese

A mese

Minimo

1 A3 1 36 1.858,08

Giornalisti: prorogata l’adesione al profilo “W-IN” della Casagit

Fino al 31 gennaio 2020 si potrà accedere alla copertura delle spese sanitarie Casagit, tramite il profilo W-IN stabilito con l’Inpgi

Il profilo W-IN e’ un programma di assistenza sanitaria di categoria a sostegno dei giornalisti con reddito medio-basso iscritti alla gestione separata Inpgi che nasce dalla convenzione tra Inpgi e Casagit, ovvero giornalisti, liberi professionisti e freelance, in possesso dei seguenti requisiti:
– essere iscritti in via esclusiva alla gestione separata Inpgi
– essere in regola con i versamenti dei contributi previdenziali della gestione separata
– aver percepito, nel triennio 2015-2017, un reddito medio compreso tra 2.100 euro e 30.000 euro lordi annu
La convenzione prevede per giornalisti, lavoratori autonomi e free lance – in possesso di specifici requisiti individuati dall’Inpgi – l’iscrizione totalmente gratuita per 3 anni (fino al 30 giugno 2022), senza alcun vincolo di rinnovo, al profilo di assistenza sanitaria della Casagit denominato appunto “W-IN”.
L’ente ha avviato una nuova tranche di iscrizioni che durerà fino al 31 gennaio 2020. Coloro che aderiranno potranno accedere alla copertura delle spese sanitarie Casagit, secondo il piano stabilito con l’Inpgi, per le prestazioni sanitarie effettuate a partire dal 1° gennaio 2020.
Il costo dell’iscrizione è interamente a carico dell’Inpgi per tutti e 3 gli anni previsti dalla convenzione Inpgi-Casagit (fino al 30 giugno 2022), senza alcun impegno per eventuali periodi successivi: se l’accordo non sarà rinnovato, non ci saranno oneri a carico degli iscritti che potranno decidere, se lo desiderano, di proseguire volontariamente l’iscrizione.

Decorrenza prescrizione crediti da lavoro e tutela reale, solo il Giudice può valutare la “sudditanza”

Nell’ipotesi in cui il personale ispettivo debba procedere all’adozione della diffida accertativa ed il rapporto di lavoro sia assistito dalla tutela reale, vanno considerati i soli crediti da lavoro il cui termine quinquennale di prescrizione, decorrente dal primo giorno utile per far valere il credito, anche se in costanza di rapporto di lavoro, non sia ancora maturato. Nella fattispecie, infatti, la sussistenza della condizione di “sudditanza psicologica”, che comporterebbe il rinvio del decorso della prescrizione al termine del rapporto, può essere valutata esclusivamente dall’Autorità giudiziaria adita dal lavoratore per far valere le proprie pretese (Ispettorato nazionale del lavoro, nota 23 gennaio 2020, n. 595)

Come noto, le somme corrisposte dal datore di lavoro al prestatore con periodicità annuale o infrannuale (art. 2948, n. 4 c.c.) e le indennità spettanti per la cessazione del rapporto di lavoro (art. 2948, n. 5, c.c.) si prescrivono nel termine quinquennale, con decorrenza dal momento in cui il diritto può essere fatto valere. Al riguardo, tuttavia, come specificato dalla Corte Costituzionale (sentenza n. 63 del 10 giugno 1966) ed a più riprese dalla Corte di Cassazione, seppur con interventi non uniformi, la decorrenza di tale termine non opera in costanza di rapporto di lavoro, considerato che il lavoratore si potrebbe trovare in una condizione di “timore”, tale da indurlo a rinunciare alla pretesa dei propri diritti, almeno fino alla cessazione del rapporto stesso. Di contro, rimane ferma l’ordinaria decorrenza del termine per i rapporti di lavoro cui sia garantita la stabilità d’impiego (dipendenti dello Stato e degli altri enti pubblici) e per quelli cui sia assicurata la tutela reale. Peraltro, a tale riguardo, secondo gli orientamenti più recenti della giurisprudenza (Corte di Cassazione, sentenza n. 12553/2014), si è affermato il principio per il quale, anche laddove il rapporto sia assistito dalla tutela reale, è necessaria una valutazione caso per caso in ordine alla sussistenza del timore del licenziamento, venendo in rilievo anche le concrete modalità di espletamento del rapporto di lavoro. In sostanza, la sussistenza o meno di una condizione di “sudditanza psicologica”, connessa alla stabilità del rapporto di lavoro, deve essere valutata dall’Autorità giudiziaria adita dal lavoratore per far valere le proprie pretese.
Ciò premesso, nell’ipotesi in cui il personale ispettivo debba procedere all’adozione del provvedimento di diffida accertativa, la predetta complessa valutazione non può mai spettare all’organo di vigilanza nel corso dell’attività ispettiva, ma deve essere rimessa, anche in ragione dell’alternanza degli orientamenti giurisprudenziali, esclusivamente all’Autorità giudiziaria. Pertanto, considerato che la diffida accertativa ha come oggetto crediti certi, liquidi ed esigibili, come tali non fondati su elementi suscettibili di interpretazione, il personale ispettivo deve considerare i soli crediti da lavoro il cui termine quinquennale di prescrizione, decorrente dal primo giorno utile per far valere il diritto di credito, anche se in costanza di rapporto di lavoro, non sia ancora maturato. A tal fine, il personale ispettivo deve comunque tener conto di eventuali atti interruttivi della prescrizione esperiti dal lavoratore, quali la costituzione in mora (art. 1219 c.c.), da questi debitamente documentati all’organo di vigilanza. In proposito, secondo consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità (ex multis, Corte di Cassazione, sentenza n. 16465/2017), non si richiede che l’atto rispetti particolari formule, risultando sufficiente che contenga la chiara indicazione del soggetto obbligato e l’esplicitazione di una pretesa ovvero la richiesta di adempimento, idonea a manifestare l’inequivocabile volontà del titolare del credito di far valere il proprio diritto nei confronti del soggetto indicato, con l’effetto sostanziale di costituirlo in mora. In altri termini, è sufficiente che il creditore manifesti chiaramente, mediante atto scritto diretto al debitore ed a lui trasmesso con i mezzi idonei a garantirne la conoscenza legale, la volontà di ottenere il soddisfacimento del proprio diritto.
Infine, considerati i tempi necessari per la programmazione degli interventi ispettivi e per l’adozione degli atti di accertamento, appare opportuno che le Sedi territoriali, al momento dell’acquisizione della richiesta di intervento del lavoratore, rappresentino all’interessato la necessità di attivarsi inviando con raccomandata A/R atto di formale messa in mora del datore di lavoro, da produrre di seguito anche all’Ufficio, così da salvaguardare l’integrità del proprio diritto. Solo in presenza di atti interruttivi della prescrizione, documentati, il personale ispettivo potrà infatti adottare la diffida accertativa anche per crediti risalenti nel tempo, sempreché non siano comunque decorsi cinque anni dall’ultimo atto interruttivo della prescrizione.